On Line dal 13 Maggio 2005
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Tendere verso gli scopi della comunità

Una comunità deve avere un qualsiasi progetto. Se delle persone decidono di vivere insieme senza specificare i loro scopi né essere chiari sul perché della loro vita in comune, sorgeranno molto presto dei conflitti e tutto crollerà. Le tensioni della comunità vengono spesso dal fatto che le persone si aspettano cose molto diverse e non mettono a verbale le loro aspettative. Si scopre presto che quello che le une e le altre volevano era molto diverso. Immagino che sia la stessa cosa nel matrimonio. Non si tratta semplicemente di voler vivere insieme. Se si vuole che questo duri, bisogna sapere quello che si vuol fare insieme, quello che si vuole essere insieme. Questo implica che ogni comunità debba avere una carta o un progetto di vita che specifichi chiaramente perché si vive insieme e cosa ci si aspetta dall'altro. Questo implica anche che prima di essere fondata, una comunità debba avere un tempo più o meno lungo per preparare questa vita in comune e chiarire le sue scelte. Bruno Bettelheim dice in "Un luogo dove rinascere": «Sono convinto che la vita comunitaria non possa fiorire se esiste per uno scopo al di fuori di essa. Essa non è possibile che come conseguenza di un impegno profondo verso un'altra realtà, al di là di quella di essere una comunità.». Più una comunità è autentica e creativa nella sua ricerca dell'essenziale, più i suoi membri chiamati a superarsi tendono a unirsi. Al contrario, più una comunità diventa tiepida nei confronti del suo scopo iniziale, più l'unità tra i suoi membri rischia di rompersi e possono sorgere tensioni. I membri non parlano più di come rispondere meglio alla chiamata di Dio e dei poveri, ma di se stessi, dei loro problemi, delle loro strutture, della loro ricchezza e povertà, ecc. C'è un intimo legame tra i due poli della comunità: il suo scopo è l'unità fra i suoi membri. Una comunità diviene tale quando tutti i suoi membri provano un senso di urgenza. C'è nel mondo troppa gente senza speranza, troppi gridi lasciati senza risposta, troppe persone che muoiono nella loro solitudine. Quando una comunità si rende conto di non essere lì per se stessa o per la sua santificazione, ma per accogliere il dono di Dio e far sì che Dio venga a dissestare i cuori inariditi, inizia a vivere veramente. Una comunità deve essere una luce in un mondo di tenebre, una sorgente nella Chiesa per gli uomini. Non abbiamo il diritto di essere tiepidi.

 

Dalla "comunità per me" a "io per la comunità"

Una comunità  è tale unicamente quando la maggioranza dei membri sta facendo il passaggio dal concetto di «la comunità per me» a quello di «io per la comunità», cioè quando il cuore di ognuno si sta aprendo ad ogni membro, senza escludere nessuno. È il passaggio dall'egoismo all'amore, dalla morte alla resurrezione: è la Pasqua, il passaggio del Signore, ma anche il passaggio da una terra di schiavitù a una terra promessa, quella della liberazione interiore. La comunità non è coabitazione, perché non è una caserma o un albergo. Non è una squadra di lavoro e ancor meno un nido di vipere! E' quel luogo in cui ciascuno, o piuttosto la maggioranza (meglio essere realisti!), sta emergendo dalle tenebre dell'egocentrismo verso la luce dell'amore vero. «Non concedete nulla allo spirito di partito, nulla alla vanagloria, ma ognuno per umiltà stimi gli altri superiori a sé; nessuno ricerchi i propri interessi, ma piuttosto ognuno pensi a quelli degli altri.» (Fil 2, 3-4). L'amore non è né sentimentale né un'emozione passeggera. È un'attenzione all'altro che a poco a poco diviene; impegno, riconoscimento di un legame, di un'appartenenza vicendevole. È saper ascoltare l'altro, mettersi al suo posto, capirlo, interessarsene. E' rispondere alla sua chiamata e ai suoi bisogni più profondi. È compatirlo, soffrire con lui e con lui piangere quando c'è n'è il bisogno e rallegrarsi nei momenti di gioia. Amare vuol dire anche essere felici quando l'altro è lì, tristi quando è assente; è restare vicendevolmente uno nell'altro, prendendo rifugio uno nell'altro. «L'amore è una potenza unificatrice», dice Dionigi l'Areopagita. Se l'amore è protendersi verso l'altro, è anche e soprattutto tendere entrambi verso le stesse realtà; è sperare nelle stesse cose, è volere le medesime cose ; è partecipare della stessa visione, dello stesso ideale. E, con questo, è volere che l'altro si realizzi pienamente secondo le vie di Dio e al servizio degli altri: è volere che sia fedele alla sua chiamata, libero di amare in tutte le dimensioni dell'essere suo. Abbiamo qui i due poli della comunità: un senso di appartenenza gli uni agli altri ma anche un desiderio che l'altro vada oltre nel suo dono a Dio e agli altri, che sia più luminoso, più profondo nella verità e nella pace. «L'amore è longanime; l'amore è servizievole: non è invidioso; l'amore non si gonfia, non si vanta; non fa nulla di sconveniente, non cerca il suo interesse, non si irrita, non tiene conto del male ricevuto, ma mette la sua gioia nella verità. Scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto.» (1 Cor 13, 4-7). Perché un cuore faccia questo passo dall'egoismo all'amore, dalla «comunità per me» a «io per la comunità», e la comunità per Dio e per quelli che sono nel bisogno, occorrono tempo e molteplici purificazioni, dalle morti costanti e nuove resurrezioni. Per amare bisogna incessantemente morire alle proprie idee, alle proprie suscettibilità, alle proprie comodità; La via dell'amore è tessuta di sacrifici. Nel nostro inconscio le radici dell'egoismo sono profonde; costituiscono spesso le nostre prime reazioni di difesa, di aggressività, di ricerca del piacere personale. Amare non è soltanto un atto volontario in cui si pone pazienza per controllare e sperare la propria sensibilità, (è un inizio), ma è una sensibilità e un cuore purificati che vanno spontaneamente verso l'altro. E queste purificazioni profonde non si realizzano che grazie a un dono di Dio, una grazia sgorgata dal più "profondo di noi stessi, là dove risiede lo Spirito. «Toglierò dalla vostra carne il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne, e metterò in voi il mio spirito.» (Ez 36, 26). Gesù ci ha promesso di mandarci lo Spirito Santo, il Paraclito, per comunicarci questa nuova energia, questa forza, questa qualità del cuore che fanno sì che si possa accogliere veramente l'altro— anche il nemico —così com'è: sopportare tutto, credere tutto, sperare tutto. Imparare ad amare richiede tutta una vita, perché occorre che lo Spirito Santo penetri in angolo del nostro essere, in tutte quelle parti in cui ci sono paure, timori, difese, gelosie. La comunità comincia a formarsi quando ognuno fa uno sforzo per accogliere e amare l'altro così com'è. «Accoglietevi a vicenda come il Cristo ha accollo voi.» (Rm 15, 7).

 

Simpatie e antipatie

I due grandi pericoli di una comunità sono gli «amici» e i «nemici». Molto presto la gente che si somiglia si mette insieme; fa molto piacere stare accanto a qualcuno che ci piace, che ha le nostre stesse idee, lo stesso modo di concepire la vita, lo stesso tipo di umorismo. Ci si nutre l'uno dell'altro; ci si lusinga: «sei meraviglioso», «anche tu sei meraviglioso», «noi siamo meravigliosi perché siamo i furbi, gli intelligenti.» Le amicizie umane possono cadere molto in fretta in un club di mediocri in cui ci si chiude gli uni sugli altri; ci si lusinga a vicenda e ci si fa credere di essere gli intelligenti. Allora l'amicizia non è più un incoraggiamento ad andare oltre, a servire meglio i nostri fratelli e sorelle, a essere più fedeli al dono che ci è stato dato, più attenti allo Spirito, e a continuare a camminare attraverso il deserto verso la terra. promessa della liberazione. L'amicizia diventa soffocante e costituisce un ostacolo che impedisce di andare verso gli altri con un' attenzione verso i loro bisogni. Alla lunga, certe amicizie si trasformano in una dipendenza affettiva che è una forma di schiavitù. In una comunità ci sono anche delle «antipatie». Ci sono sempre alcune persone con le quali non ci si intende, che ci bloccano, ci contraddicono e soffocano lo slancio della nostra vita e della nostra libertà. La loro presenza sembra minacciarci, e provoca in noi o aggressività o una sorta di regressione servile. In loro presenza siamo incapace di esprimerci e di vivere. Altri fanno nascere in noi dei sentimenti d'invidia e di gelosia:  tutto quello che vorremmo essere lo sono già loro e la loro presenza ci ricorda che non lo siamo. La loro radiosità e intelligenza ci rimanda alla nostra indigenza. Altri ci chiedono troppo. Non possiamo rispondere alla loro incessante richiesta affettiva. Siamo obbligati a respingerli. Queste persone sono nostre «nemiche»; ci mettono in pericolo; e anche se non osiamo ammetterlo, le odiamo. Certo, quest'odio è solo psicologico, non è ancora morale, cioè voluto. Ma preferiremmo comunque che queste persone non ci fossero! È naturale che in una comunità ci siano queste vicinanze di sensibilità o questi blocchi fra sensibilità diverse. Queste cose vengono dall'immaturità della vita affettiva e da una quantità di elementi della nostra prima infanzia sui quali non abbiamo nessun controllo. Non si tratta di negarli. Se ci lasciamo guidare dalle nostre emozioni, si costituiranno certo dei clan all'interno della comunità. Allora non ci sarà più una comunità, ma dei gruppi di persone più o meno chiusi su se stessi e bloccati nei confronti degli altri. Quando si entra in certe comunità, si sentono subito queste tensioni e queste guerre sotterranee. Le persone non si guardano in faccia. Quando s'incrociano nei corridoi, sono come navi nella notte. Una comunità non è tale che quando la maggioranza dei suoi membri ha deciso coscientemente di spezzare queste barriere e di uscire dal bozzolo delle «amicizie» per tendere la mano al «nemico». Ma è un lungo cammino. Una comunità non si fa in un giorno. In realtà, non è mai fatta! Sta sempre progredendo verso un amore più grande, oppure regredendo. Il nemico mi fa paura. Sono incapace di ascoltare il suo grido, di rispondere ai suoi bisogni: i suoi atteggiamenti aggressivi e dominatori mi soffocano. Lo fuggo. In realtà, egli mi fa prendere coscienza di una debolezza, di una mancanza di maturità, di una povertà nel mio intimo. Ed è forse questo che rifiuto di guardare. I difetti che critico negli altri sono spesso i miei propri difetti che rifiuto. Coloro che criticano gli altri e la comunità, e cercano una comunità ideale, stanno spesso fuggendo i loro propri difetti e debolezze. Essi rifiutano il loro senso d'insoddisfazione, la  loro ferita.  Il messaggio di Gesù è chiaro: «E io vi dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi maltrattano. A chi ti colpisce su una guancia, porgi anche l'altra... Se non amate che coloro che vi amano, come potrà Dio essere contento di voi? Perché anche i peccatori amano coloro che li amano.» (Le 6, 27 sgg.). Il «falso amico» è colui nel quale non vedo che delle «sedicenti» qualità. Egli suscita in me una certa vitalità, un benessere. Mi rivela a me stesso e mi stimola. È per questo che l'amo. Il «nemico» al contrario stimola in me delle emozioni che non desidero guardare in faccia: aggressività, gelosia, paura, falsa dipendenza, odio, tutto il mondo di tenebre che esiste in me. Finché non accetto di essere un miscuglio di luce e di tenebre, di pregi e di difetti, d'amore e d'odio, d'altruismo e d'egocentrismo, di maturità e d'immaturità , continuerò a dividere il mondo in «nemici» (i «cattivi») e «amici» (i «buoni»), continuerò ad erigere barriere in me e all'esterno di me, a spandere dei pregiudizi. Quando accetterò di avere debolezze e difetti, ma anche di poter progredire verso la libertà interiore e verso un amore più vero, allora potrò accettare difetti e debolezze degli altri. E viceversa. Noi siamo tutti persone mortali e fragili, ma abbiamo una speranza, perché è possibile crescere.

 

Il perdono nel cuore della comunità

Ma è possibile accettare se stessi con le proprie tenebre, debolezze, anche colpe, paure, senza la rivelazione che Dio ci ama? Quando scopriamo che il Padre ha mandato il suo unico Figlio prediletto non per giudicarci e condannarci ma per guarirci, salvarci e guidarci sulla via dell'amore, allora possiamo accettare noi stessi. Possiamo accettarci quando si scopre che egli è venuto a perdonarci, perché ci ama nel profondo dell'essere nostro. C'è una speranza. Non siamo chiusi per sempre in una prigione di egoismi e di tenebre. È possibile amare. Così com'è possibile accettare gli altri e perdonarli. Finché non vedo negli altri  nient'altro che delle qualità che riflettono le mie, non c'è possibilità di crescita; la relazione resta debole e presto o tardi si spezzerà. Una relazione tra persone non è autentica e stabile se non quando è fondata sull'accettazione delle debolezze, il perdono e la speranza di una crescita. Se il culmine della vita comunitaria è nella celebrazione, il suo cuore è il perdono. La comunità è il luogo del perdono. Nonostante tutta la fiducia che possiamo avere gli uni negli altri, ci sono sempre parole che feriscono, atteggiamenti che ci pongono (anche involontariamente) avanti agli altri, situazioni in cui le suscettibilità si urtano. È per questo che vivere insieme implica una certa croce, uno sforzo costante e un'accettazione che è il mutuo perdono di ogni giorno. San Paolo dice: «Voi dunque, eletti di Dio, santi ed amati, rivestitevi di sentimenti di tenera compassione, di benevolenza, di umiltà, di dolcezza, di pazienza; sopportatevi a vicenda e perdonatevi gli uni gli altri, se uno ha contro l'altro qualche motivo di lamentela; il Signore vi ha perdonato, fate lo stesso a vostra volta. E sopra ogni cosa sia la carità, che è il vincolo della perfezione.  Con questo, la pace di Cristo regni nei vostri cuori: è questa la chiamata che vi ha riuniti in un medesimo corpo. Infine, vivete in azione di grazie!» (Col 3, 12). Troppe persone vivono in comunità per trovare qualcosa, per appartenere a un gruppo dinamico, per avere uno stile di vita prossimo ad un ideale. Se si entra in una comunità senza sapere che lo si fa per scoprire il mistero del perdono, se ne sarà presto delusi.

 

Sii paziente

Noi non siamo padroni delle nostre sensibilità, delle nostre attrazioni e repulsioni, che vengono da quelle profondità del nostro essere, di cui abbiamo il controllo relativo. Tutto quello che possiamo fare, è sforzarci di non seguire quelle tendenze che costituiscono delle barriere all'interno della comunità. Dobbiamo sperare che lo Spirito Santo verrà a perdonare, purificare e potare i rami un po' contorti del nostro essere. La nostra sensibilità è stata costituita da mille paure ed egoismi fin nella prima infanzia; cosi com'è costituita dai gesti d'amore e dal dono di Dio. Essa è un miscuglio di tenebre e di luce. E non è in un giorno che questa sensibilità sarà rettificata. Questo richiederà mille purificazioni e perdoni, sforzi quotidiani, e soprattutto un dono dello Spirito Santo che ci rinnovi dall'interno. Trasformare a poco a poco la nostra sensibilità, per poter cominciare ad amare realmente il nemico, è un lavoro a lungo termine. Dobbiamo essere pazienti con le nostre sensibilità e le nostre paure, misericordiosi verso noi stessi. Per fare questo passo verso l'accettazione e l'amore di ogni altro, bisogna cominciare semplicemente col riconoscere i nostri blocchi, le nostre gelosie, il nostro modo di paragonarci, i nostri pregiudizi e gli odi più o meno coscienti o espliciti, riconoscere che siamo dei poveracci, che siamo quelli che siamo. E chiedere  perdono al Padre. E poi è buona cosa parlarne a un prete o a un uomo di Dio che potrà forse farci capire quello che sta accadendo, confermarci nei nostri sforzi di rettitudine e aiutarci a scoprire il perdono di Dio. Una volta che abbiamo riconosciuto che il ramo è contorto, che abbiamo questi blocchi di antipatia, si tratta di concentrare i nostri sforzi sulla lingua, evitando di lasciare libero corso a questa lingua che fa presto a seminare zizzania, che ama far conoscere gli errori e le colpe degli altri e si rallegra moltissimo quando può scoprire che essi hanno torto. La lingua è uno degli organi più piccoli, ma può ferire più d'una spada. Per nascondere i nostri difetti, facciamo così presto a ingrandire quelli degli altri! «Loro» hanno torto. Quando si sono accettati i propri difetti, è più facile accettare quelli degli altri. Nello stesso tempo, bisogna cercare lealmente di vedere le qualità del «nemico». Dovrà pur averne qualcuna! Ma poiché ho paura di lui, lui ha forse paura di me. Se ho dei blocchi, deve averne anche lui. E' difficile a due persone che hanno paura l'una dell'altra scoprire le loro vicendevoli qualità. Occorre un mediatore, un riconciliatore, un artigiano di pace, una persona in cui ho confidenza e che, lo so, s'intende col nemico. Se confesso le mie difficoltà a questa terza persona, essa potrà forse aiutarmi a scoprire le qualità del «nemico» o almeno a capire i miei atteggiamenti e i miei blocchi. E poi, dopo aver visto le sue qualità, potrò utilizzare un giorno la lingua per dir bene di lui. È un lungo cammino che porterà, a un dato momento, al gesto finale, quello con cui chiederò all'antico nemico un consiglio o un servizio. E non vi sarà mai nulla di più bello.