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Tendere verso gli scopi della comunità
Una comunità deve avere un qualsiasi progetto. Se
delle persone decidono di vivere insieme senza
specificare i loro scopi né essere chiari sul perché
della loro vita in comune, sorgeranno molto presto
dei conflitti e tutto crollerà. Le tensioni della
comunità vengono spesso dal fatto che le persone si
aspettano cose molto diverse e non mettono a verbale
le loro aspettative. Si scopre presto che quello che
le une e le altre volevano era molto diverso.
Immagino che sia la stessa cosa nel matrimonio. Non
si tratta semplicemente di voler vivere insieme. Se
si vuole che questo duri, bisogna sapere quello che
si vuol fare insieme, quello che si vuole essere
insieme. Questo implica che ogni comunità debba
avere una carta o un progetto di vita che specifichi
chiaramente perché si vive insieme e cosa ci si
aspetta dall'altro. Questo implica anche che prima
di essere fondata, una comunità debba avere un tempo
più o meno lungo per preparare questa vita in comune
e chiarire le sue scelte. Bruno Bettelheim dice in
"Un luogo dove rinascere": «Sono convinto che la
vita comunitaria non possa fiorire se esiste per uno
scopo al di fuori di essa. Essa non è possibile che
come conseguenza di un impegno profondo verso
un'altra realtà, al di là di quella di essere una
comunità.». Più una comunità è autentica e creativa
nella sua ricerca dell'essenziale, più i suoi membri
chiamati a superarsi tendono a unirsi. Al contrario,
più una comunità diventa tiepida nei confronti del
suo scopo iniziale, più l'unità tra i suoi membri
rischia di rompersi e possono sorgere tensioni. I
membri non parlano più di come rispondere meglio
alla chiamata di Dio e dei poveri, ma di se stessi,
dei loro problemi, delle loro strutture, della loro
ricchezza e povertà, ecc. C'è un intimo legame tra i
due poli della comunità: il suo scopo è l'unità fra
i suoi membri. Una comunità diviene tale quando
tutti i suoi membri provano un senso di urgenza. C'è
nel mondo troppa gente senza speranza, troppi gridi
lasciati senza risposta, troppe persone che muoiono
nella loro solitudine. Quando una comunità si rende
conto di non essere lì per se stessa o per la sua
santificazione, ma per accogliere il dono di Dio e
far sì che Dio venga a dissestare i cuori inariditi,
inizia a vivere veramente. Una comunità deve essere
una luce in un mondo di tenebre, una sorgente nella
Chiesa per gli uomini. Non abbiamo il diritto di
essere tiepidi.
Dalla "comunità per me" a "io per la comunità"
Una comunità è tale unicamente quando la
maggioranza dei membri sta facendo il passaggio dal
concetto di «la comunità per me» a quello di «io per
la comunità», cioè quando il cuore di ognuno si sta
aprendo ad ogni membro, senza escludere nessuno. È
il passaggio dall'egoismo all'amore, dalla morte
alla resurrezione: è la Pasqua, il passaggio del
Signore, ma anche il passaggio da una terra di
schiavitù a una terra promessa, quella della
liberazione interiore. La comunità non è
coabitazione, perché non è una caserma o un albergo.
Non è una squadra di lavoro e ancor meno un nido di
vipere! E' quel luogo in cui ciascuno, o piuttosto
la maggioranza (meglio essere realisti!), sta
emergendo dalle tenebre dell'egocentrismo verso la
luce dell'amore vero. «Non concedete nulla allo
spirito di partito, nulla alla vanagloria, ma ognuno
per umiltà stimi gli altri superiori a sé; nessuno
ricerchi i propri interessi, ma piuttosto ognuno
pensi a quelli degli altri.» (Fil 2, 3-4). L'amore
non è né sentimentale né un'emozione passeggera. È
un'attenzione all'altro che a poco a poco diviene;
impegno, riconoscimento di un legame, di
un'appartenenza vicendevole. È saper ascoltare
l'altro, mettersi al suo posto, capirlo,
interessarsene. E' rispondere alla sua chiamata e ai
suoi bisogni più profondi. È compatirlo, soffrire
con lui e con lui piangere quando c'è n'è il bisogno
e rallegrarsi nei momenti di gioia. Amare vuol dire
anche essere felici quando l'altro è lì, tristi
quando è assente; è restare vicendevolmente uno
nell'altro, prendendo rifugio uno nell'altro.
«L'amore è una potenza unificatrice», dice Dionigi
l'Areopagita. Se l'amore è protendersi verso
l'altro, è anche e soprattutto tendere entrambi
verso le stesse realtà; è sperare nelle stesse cose,
è volere le medesime cose ; è partecipare della
stessa visione, dello stesso ideale. E, con questo,
è volere che l'altro si realizzi pienamente secondo
le vie di Dio e al servizio degli altri: è volere
che sia fedele alla sua chiamata, libero di amare in
tutte le dimensioni dell'essere suo. Abbiamo qui i
due poli della comunità: un senso di appartenenza
gli uni agli altri ma anche un desiderio che l'altro
vada oltre nel suo dono a Dio e agli altri, che sia
più luminoso, più profondo nella verità e nella
pace. «L'amore è longanime; l'amore è servizievole:
non è invidioso; l'amore non si gonfia, non si
vanta; non fa nulla di sconveniente, non cerca il
suo interesse, non si irrita, non tiene conto del
male ricevuto, ma mette la sua gioia nella verità.
Scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta
tutto.» (1 Cor 13, 4-7). Perché un cuore faccia
questo passo dall'egoismo all'amore, dalla «comunità
per me» a «io per la comunità», e la comunità per
Dio e per quelli che sono nel bisogno, occorrono
tempo e molteplici purificazioni, dalle morti
costanti e nuove resurrezioni. Per amare bisogna
incessantemente morire alle proprie idee, alle
proprie suscettibilità, alle proprie comodità; La
via dell'amore è tessuta di sacrifici. Nel nostro
inconscio le radici dell'egoismo sono profonde;
costituiscono spesso le nostre prime reazioni di
difesa, di aggressività, di ricerca del piacere
personale. Amare non è soltanto un atto volontario
in cui si pone pazienza per controllare e sperare la
propria sensibilità, (è un inizio), ma è una
sensibilità e un cuore purificati che vanno
spontaneamente verso l'altro. E queste purificazioni
profonde non si realizzano che grazie a un dono di
Dio, una grazia sgorgata dal più "profondo di noi
stessi, là dove risiede lo Spirito. «Toglierò dalla
vostra carne il cuore di pietra e vi darò un cuore
di carne, e metterò in voi il mio spirito.» (Ez 36,
26). Gesù ci ha promesso di mandarci lo Spirito
Santo, il Paraclito, per comunicarci questa nuova
energia, questa forza, questa qualità del cuore che
fanno sì che si possa accogliere veramente l'altro—
anche il nemico —così com'è: sopportare tutto,
credere tutto, sperare tutto. Imparare ad amare
richiede tutta una vita, perché occorre che lo
Spirito Santo penetri in angolo del nostro essere,
in tutte quelle parti in cui ci sono paure, timori,
difese, gelosie. La comunità comincia a formarsi
quando ognuno fa uno sforzo per accogliere e amare
l'altro così com'è. «Accoglietevi a vicenda come il
Cristo ha accollo voi.» (Rm 15, 7).
Simpatie e antipatie
I due grandi pericoli di una comunità sono gli
«amici» e i «nemici». Molto presto la gente che si
somiglia si mette insieme; fa molto piacere stare
accanto a qualcuno che ci piace, che ha le nostre
stesse idee, lo stesso modo di concepire la vita, lo
stesso tipo di umorismo. Ci si nutre l'uno
dell'altro; ci si lusinga: «sei meraviglioso»,
«anche tu sei meraviglioso», «noi siamo meravigliosi
perché siamo i furbi, gli intelligenti.» Le amicizie
umane possono cadere molto in fretta in un club di
mediocri in cui ci si chiude gli uni sugli altri; ci
si lusinga a vicenda e ci si fa credere di essere
gli intelligenti. Allora l'amicizia non è più un
incoraggiamento ad andare oltre, a servire meglio i
nostri fratelli e sorelle, a essere più fedeli al
dono che ci è stato dato, più attenti allo Spirito,
e a continuare a camminare attraverso il deserto
verso la terra. promessa della liberazione.
L'amicizia diventa soffocante e costituisce un
ostacolo che impedisce di andare verso gli altri con
un' attenzione verso i loro bisogni. Alla lunga,
certe amicizie si trasformano in una dipendenza
affettiva che è una forma di schiavitù. In una
comunità ci sono anche delle «antipatie». Ci sono
sempre alcune persone con le quali non ci si
intende, che ci bloccano, ci contraddicono e
soffocano lo slancio della nostra vita e della
nostra libertà. La loro presenza sembra minacciarci,
e provoca in noi o aggressività o una sorta di
regressione servile. In loro presenza siamo incapace
di esprimerci e di vivere. Altri fanno nascere in
noi dei sentimenti d'invidia e di gelosia: tutto
quello che vorremmo essere lo sono già loro e la
loro presenza ci ricorda che non lo siamo. La loro
radiosità e intelligenza ci rimanda alla nostra
indigenza. Altri ci chiedono troppo. Non possiamo
rispondere alla loro incessante richiesta affettiva.
Siamo obbligati a respingerli. Queste persone sono
nostre «nemiche»; ci mettono in pericolo; e anche se
non osiamo ammetterlo, le odiamo. Certo, quest'odio
è solo psicologico, non è ancora morale, cioè
voluto. Ma preferiremmo comunque che queste persone
non ci fossero! È naturale che in una comunità ci
siano queste vicinanze di sensibilità o questi
blocchi fra sensibilità diverse. Queste cose vengono
dall'immaturità della vita affettiva e da una
quantità di elementi della nostra prima infanzia sui
quali non abbiamo nessun controllo. Non si tratta di
negarli. Se ci lasciamo guidare dalle nostre
emozioni, si costituiranno certo dei clan
all'interno della comunità. Allora non ci sarà più
una comunità, ma dei gruppi di persone più o meno
chiusi su se stessi e bloccati nei confronti degli
altri. Quando si entra in certe comunità, si sentono
subito queste tensioni e queste guerre sotterranee.
Le persone non si guardano in faccia. Quando
s'incrociano nei corridoi, sono come navi nella
notte. Una comunità non è tale che quando la
maggioranza dei suoi membri ha deciso coscientemente
di spezzare queste barriere e di uscire dal bozzolo
delle «amicizie» per tendere la mano al «nemico». Ma
è un lungo cammino. Una comunità non si fa in un
giorno. In realtà, non è mai fatta! Sta sempre
progredendo verso un amore più grande, oppure
regredendo. Il nemico mi fa paura. Sono incapace di
ascoltare il suo grido, di rispondere ai suoi
bisogni: i suoi atteggiamenti aggressivi e
dominatori mi soffocano. Lo fuggo. In realtà, egli
mi fa prendere coscienza di una debolezza, di una
mancanza di maturità, di una povertà nel mio intimo.
Ed è forse questo che rifiuto di guardare. I difetti
che critico negli altri sono spesso i miei propri
difetti che rifiuto. Coloro che criticano gli altri
e la comunità, e cercano una comunità ideale, stanno
spesso fuggendo i loro propri difetti e debolezze.
Essi rifiutano il loro senso d'insoddisfazione, la
loro ferita. Il messaggio di Gesù è chiaro: «E io
vi dico: amate i vostri nemici, fate del bene a
quelli che vi odiano, benedite quelli che vi
maledicono, pregate per quelli che vi maltrattano. A
chi ti colpisce su una guancia, porgi anche
l'altra... Se non amate che coloro che vi amano,
come potrà Dio essere contento di voi? Perché anche
i peccatori amano coloro che li amano.» (Le 6, 27
sgg.). Il «falso amico» è colui nel quale non vedo
che delle «sedicenti» qualità. Egli suscita in me
una certa vitalità, un benessere. Mi rivela a me
stesso e mi stimola. È per questo che l'amo. Il
«nemico» al contrario stimola in me delle emozioni
che non desidero guardare in faccia: aggressività,
gelosia, paura, falsa dipendenza, odio, tutto il
mondo di tenebre che esiste in me. Finché non
accetto di essere un miscuglio di luce e di tenebre,
di pregi e di difetti, d'amore e d'odio, d'altruismo
e d'egocentrismo, di maturità e d'immaturità ,
continuerò a dividere il mondo in «nemici» (i
«cattivi») e «amici» (i «buoni»), continuerò ad
erigere barriere in me e all'esterno di me, a
spandere dei pregiudizi. Quando accetterò di avere
debolezze e difetti, ma anche di poter progredire
verso la libertà interiore e verso un amore più
vero, allora potrò accettare difetti e debolezze
degli altri. E viceversa. Noi siamo tutti persone
mortali e fragili, ma abbiamo una speranza, perché è
possibile crescere.
Il perdono nel cuore della comunità
Ma è possibile accettare se stessi con le proprie
tenebre, debolezze, anche colpe, paure, senza la
rivelazione che Dio ci ama? Quando scopriamo che il
Padre ha mandato il suo unico Figlio prediletto non
per giudicarci e condannarci ma per guarirci,
salvarci e guidarci sulla via dell'amore, allora
possiamo accettare noi stessi. Possiamo accettarci
quando si scopre che egli è venuto a perdonarci,
perché ci ama nel profondo dell'essere nostro. C'è
una speranza. Non siamo chiusi per sempre in una
prigione di egoismi e di tenebre. È possibile amare.
Così com'è possibile accettare gli altri e
perdonarli. Finché non vedo negli altri nient'altro
che delle qualità che riflettono le mie, non c'è
possibilità di crescita; la relazione resta debole e
presto o tardi si spezzerà. Una relazione tra
persone non è autentica e stabile se non quando è
fondata sull'accettazione delle debolezze, il
perdono e la speranza di una crescita. Se il culmine
della vita comunitaria è nella celebrazione, il suo
cuore è il perdono. La comunità è il luogo del
perdono. Nonostante tutta la fiducia che possiamo
avere gli uni negli altri, ci sono sempre parole che
feriscono, atteggiamenti che ci pongono (anche
involontariamente) avanti agli altri, situazioni in
cui le suscettibilità si urtano. È per questo che
vivere insieme implica una certa croce, uno sforzo
costante e un'accettazione che è il mutuo perdono di
ogni giorno. San Paolo dice: «Voi dunque, eletti di
Dio, santi ed amati, rivestitevi di sentimenti di
tenera compassione, di benevolenza, di umiltà, di
dolcezza, di pazienza; sopportatevi a vicenda e
perdonatevi gli uni gli altri, se uno ha contro
l'altro qualche motivo di lamentela; il Signore vi
ha perdonato, fate lo stesso a vostra volta. E sopra
ogni cosa sia la carità, che è il vincolo della
perfezione. Con questo, la pace di Cristo regni nei
vostri cuori: è questa la chiamata che vi ha riuniti
in un medesimo corpo. Infine, vivete in azione di
grazie!» (Col 3, 12). Troppe persone vivono in
comunità per trovare qualcosa, per appartenere a un
gruppo dinamico, per avere uno stile di vita
prossimo ad un ideale. Se si entra in una comunità
senza sapere che lo si fa per scoprire il mistero
del perdono, se ne sarà presto delusi.
Sii paziente
Noi non siamo padroni delle nostre sensibilità,
delle nostre attrazioni e repulsioni, che vengono da
quelle profondità del nostro essere, di cui abbiamo
il controllo relativo. Tutto quello che possiamo
fare, è sforzarci di non seguire quelle tendenze che
costituiscono delle barriere all'interno della
comunità. Dobbiamo sperare che lo Spirito Santo
verrà a perdonare, purificare e potare i rami un po'
contorti del nostro essere. La nostra sensibilità è
stata costituita da mille paure ed egoismi fin nella
prima infanzia; cosi com'è costituita dai gesti
d'amore e dal dono di Dio. Essa è un miscuglio di
tenebre e di luce. E non è in un giorno che questa
sensibilità sarà rettificata. Questo richiederà
mille purificazioni e perdoni, sforzi quotidiani, e
soprattutto un dono dello Spirito Santo che ci
rinnovi dall'interno. Trasformare a poco a poco la
nostra sensibilità, per poter cominciare ad amare
realmente il nemico, è un lavoro a lungo termine.
Dobbiamo essere pazienti con le nostre sensibilità e
le nostre paure, misericordiosi verso noi stessi.
Per fare questo passo verso l'accettazione e l'amore
di ogni altro, bisogna cominciare semplicemente col
riconoscere i nostri blocchi, le nostre gelosie, il
nostro modo di paragonarci, i nostri pregiudizi e
gli odi più o meno coscienti o espliciti,
riconoscere che siamo dei poveracci, che siamo
quelli che siamo. E chiedere perdono al Padre. E
poi è buona cosa parlarne a un prete o a un uomo di
Dio che potrà forse farci capire quello che sta
accadendo, confermarci nei nostri sforzi di
rettitudine e aiutarci a scoprire il perdono di Dio.
Una volta che abbiamo riconosciuto che il ramo è
contorto, che abbiamo questi blocchi di antipatia,
si tratta di concentrare i nostri sforzi sulla
lingua, evitando di lasciare libero corso a questa
lingua che fa presto a seminare zizzania, che ama
far conoscere gli errori e le colpe degli altri e si
rallegra moltissimo quando può scoprire che essi
hanno torto. La lingua è uno degli organi più
piccoli, ma può ferire più d'una spada. Per
nascondere i nostri difetti, facciamo così presto a
ingrandire quelli degli altri! «Loro» hanno torto.
Quando si sono accettati i propri difetti, è più
facile accettare quelli degli altri. Nello stesso
tempo, bisogna cercare lealmente di vedere le
qualità del «nemico». Dovrà pur averne qualcuna! Ma
poiché ho paura di lui, lui ha forse paura di me. Se
ho dei blocchi, deve averne anche lui. E' difficile
a due persone che hanno paura l'una dell'altra
scoprire le loro vicendevoli qualità. Occorre un
mediatore, un riconciliatore, un artigiano di pace,
una persona in cui ho confidenza e che, lo so,
s'intende col nemico. Se confesso le mie difficoltà
a questa terza persona, essa potrà forse aiutarmi a
scoprire le qualità del «nemico» o almeno a capire i
miei atteggiamenti e i miei blocchi. E poi, dopo
aver visto le sue qualità, potrò utilizzare un
giorno la lingua per dir bene di lui. È un lungo
cammino che porterà, a un dato momento, al gesto
finale, quello con cui chiederò all'antico nemico un
consiglio o un servizio. E non vi sarà mai nulla di
più bello.
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